I “Benandanti” friulani e la storia sotterranea

 

 

Se dai mari sconfinati della Storia non emergono di solito che piccole isole – “le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese” che riempiono le cronache e ispirano i poeti – è solo tuffando lo sguardo nelle profondità più oscure inabissate sotto di esse che si possono intravedere i declivi e i fondali sabbiosi, con la flora e la fauna che li popolano.

Una mappatura completa di questo universo nascosto è per forza di cose impossibile. Talvolta, nondimeno, lo storico si imbatte in qualche reliquia – un documento dimenticato, una cronaca, un dipinto riscoperto – capace di squarciare un lembo di tenebra e illuminare quanto si cela sotto di esso.

La vicenda dei Benandanti friulani, guerrieri spirituali che combattevano le forze del male per proteggere i raccolti e la salute della comunità, consente di osservare sotto una lente di ingrandimento quell’epoca di straordinarî sconvolgimenti – politici, sociali e religiosi – che furono i secoli XVI e XVII.

La ristrettezza apparente dell’angolo di campo dell’inquadratura, tuttavia, non deve trarre in inganno. Proprio limitando l’ambito dell’indagine si riesce a volte ad approfondire l’interpretazione di fenomeni di più ampia portata, poiché per sostenerla si può fare ricorso a una più vasta gamma di indizî, dedotti grazie all’osservazione microscopica dell’intero contesto in cui le vicende si articolano.

Francisco Goya. Streghe nell'aria (1797-98), Museo del Prado, Madrid.
Francisco Goya. Streghe nell’aria (1797-98), Museo del Prado, Madrid.

Chi erano dunque i Benandanti? E quale contributo può offrire lo studio della loro vicenda alla migliore comprensione delle rivoluzioni del Cinquecento? E’ stato Carlo Ginzburg1, in un importantissimo saggio pubblicato nel 19662 a riesumare per primo questo scampolo di storia locale, fornendone al contempo un’interpretazione in chiave antropologica e sociologica. La chiave di volta dello studio di Ginzburg è fornita dall’attenzione rivolta dallo storico alle discrepanze riscontrate, nella lettura delle deposizioni dei contadini accusati di stregoneria, fra la ricostruzione degli eventi fornita dagli interrogati e l’interpretazione dei fatti elaborata dagli inquisitori. Incuneandosi in queste crepe, che qua e là affioravano dai verbali degli interrogatorî, Ginzburg tenta infatti di ricostruire il significato complessivo di un’epoca in cui antiche credenze popolari si avviavano a essere sradicate e soppiantate dalla penetrazione di un nuovo apparato ideologico, di matrice e provenienza diverse.

Essere Benandante, nel Cinquecento, significava appartenere a una congrega – una vera e propria setta – e possedere un nucleo ben preciso di caratteristiche personali senza le quali non era possibile entrare a farne parte.

Bisognava, innanzitutto, essere “nati con la camicia”, cioè ancora avvolti nella membrana amniotica. Nella credenza popolare, infatti, la «camisciola» era un potente talismano, capace di proteggere i soldati in guerra e allontanare i nemici, ma anche, fra l’altro, di aiutare un avvocato a vincere una causa. Alla “camicia” si attribuiva poi anche un altro potere, quello di mettere in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti. Dopo la nascita del bambino, alla madre spettava l’onere di far benedire il sacco in cui era avvolto e conservarlo (almeno in parte) perché se ne potesse trarre un amuleto che, solitamente legato al collo del benandante, lo avrebbe preservato dagli influssi malefici durante le sue missioni3.

L’iniziazione del Benandante, peraltro, non era immediata. Secondo le testimonianze rese nei processi, i predestinati (in quanto nati con la “camicia”) dovevano attendere pazientemente la “chiamata dell’angelo”, di essere cioè visitati in sogno da un inviato del cielo incaricato di reclutarli4. Una volta ingaggiati, i giovani divenivano per loro stessa ammissione “stregoni”5, ma stregoni “beni”, il cui compito era quello di “difendere i bambini o le provviste delle case dalle insidie degli stregoni malvagi”6. Contro questi ultimi si combattevano delle vere e proprie battaglie, sebbene incorporee – combattimenti in spirito, per così dire – anch’esse tuttavia rispondenti a un preciso codice.

A “combattere per le biade”7, i benandanti si recano a dorso di gatti, lepri e altri animali. Accompagnati da un angelo “tutto d’oro”8, incaricato di proteggerli in battaglia, i loro spiriti si spingono in luoghi lontani mentre i corpi rimangono inerti. Il carattere agricolo della contesa emerge anche dalle armi usate per combattere. I Benandanti, armati di mazze di finocchio9, si battono contro stregoni che brandiscono canne di sorgo10.

Il significato di queste lotte rituali non è ben chiaro, sebbene i loro tratti agresti siano palesi. Lo stesso Ginzburg ne ipotizza11 la connessione con forme di combattimento rituale fra Inverno e Primavera attestate in alcune zone dell’Europa centro-settentrionale o, ancora, con il rituale noto come “cacciata della Morte o della Strega” praticato in alcune di quelle aree. In esso, un fantoccio che impersona la morte veniva percosso con un bastone, bersagliato con pietre e infine costretto ad allontanarsi dal villaggio.

Sullo stesso piano, un riferimento certo al calendario agricolo è da cogliere nella precisa cadenza annuale delle uscite dei Benandanti. Essi si recano a combattere nei giovedì delle “quattro tempora”12, quando – dopo essere caduti in una sorta di non meglio precisato deliquio13, abbandonati i proprî corpi in un tale stato di insensibilità da non poter essere destati neanche da bruciature o ferite – si recano nei luoghi remoti dove si svolgono i combattimenti. La cadenza regolare delle battaglie non è priva di significato. Essa si ricollega, infatti, a “una festività […], proveniente da un antico calendario agrario e tardivamente entrata a far parte del calendario cristiano, che simboleggia la crisi stagionale, il pericoloso trapasso dalla vecchia alla nuova stagione, con le sue promesse di semine, di raccolti, di mietitura o di vendemmia”14. Si colloca, di conseguenza, in un momento particolarmente delicato, nel quale la prosperità dell’intera comunità è massimamente minacciata dalle oscure forze naturali che rischiano di comprometterla irrimediabilmente.

Dall’esito della lotta dipende il futuro dei raccolti, la sopravvivenza stessa della comunità. “Io sonno benandante perché vo con li altri a combattere quattro volte l’anno […]; et noi andiamo in favor di Christo et li strigoni del diavolo, combattendo l’un con l’altro […]; et se noi restiamo vincitori, quello anno è abondanza, et perdendo è carestia in quel anno”, dichiara un imputato di nome Battista Moduco all’inquisitore15.

Quest’ultima deposizione è particolarmente interessante. Vi si coglie, infatti, la connessione fra gli antichi riti pagani e la sopravveniente religione cristiana, penetrata a poco a poco nelle valli e ancora non completamente assorbita. L’imputato invoca il “favor di Christo” quasi a scusarsi delle proprie azioni; ma si tratta di un Cristo non ancora completamente scevro dai riferimenti ai culti più antichi, non ancora completamente interiorizzato ma vissuto animisticamente, in una sorta di sincretismo con un paganesimo ancora persistente.

E non è un caso se, proprio durante la crisi spirituale che attraversò il Cinquecento – sostanziandosi nelle forme clamorose del luteranesimo e del calvinismo, che comportarono una ristrutturazione non solo della sfera religiosa, ma dell’intero ordinamento sociale – la religiosità contadina, impura, sincretistica e animista, ebbe un ultimo, disperato sussulto. Che la Chiesa, espressione dei valori consolidati della modernità, si affrettò a reprimere con inaudita ferocia.

 

Filippo Innocenti, 14 aprile 2019. Pubblicato su Il Sestante il 20 marzo 2019.

 

  1. Storico e accademico italiano, figlio di Leone e Natalia Ginzburg, il quale si occupò fra l’altro dello studio delle credenze religiose e delle abitudini quotidiane della società contadina della prima età moderna. Cfr. Wikipedia, voce “Carlo Ginzburg“.
  2. C. Ginzburg, “I Benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento“, Torino, Einaudi, 1996.
  3. Il possesso del talismano era considerato essenziale. La sua perdita “impedisce di uscire la notte, per recarsi ai convegni della compagnia” (cfr. M. Maculotti I Benandanti friulani e gli antichi culti europei della fertilità“, pubblicato il 5 maggio 2016 sulla rivista “Axis Mundi”.
  4. Per i riferimenti specifici e una bibliografia essenziale sulla vicenda dei Benandanti si rinvia, oltre che al saggio di C. Ginzburg cit. all’approfondito articolo di M. Maculotti “I Benandanti friulani” cit.
  5. Cfr. C. Ginzburg, “I Benandanti” cit., pagg. 24-25.
  6. Ibid.
  7. Ibid., pag. 31. “I benandanti escono per proteggere i frutti della terra, condizione della prosperità della comunità, dalle streghe e dagli stregoni, dalle forze cioè che occultamente insidiano la fertilità dei campi” (Ibid., pagg. 48-49).
  8.  Ibid., pag. 32.
  9. “Al finocchio […] – di cui erano note, anche nella medicina popolare, le virtù terapeutiche – viene attribuito il potere di tener lontane le streghe”. Ibid. pag. 51.
  10. “Perché il sorgo sia l’arma delle streghe non è chiaro: a meno di non identificarlo con la scopa, loro tradizionale attributo (il cosidetto «sorgo da scope», una delle varietà di sorgo più diffuse, è una sorta di saggina). E’ un’ipotesi quanto mai suggestiva – soprattutto alla luce di quanto si dirà sui convegni notturni delle streghe e dei benandanti come antecedente del sabba diabolico – ma da avanzare evidentemente con molta cautela”. Ibid. pag. 50.
  11. Cfr. C. Ginzburg, “I Benandanti” cit., pag. 51.
  12. “Quattro serie di tre giorni di digiuno e di astinenza, istituite dalla Chiesa al principio delle quattro stagioni dell’anno” (cfr. L. Giambene, voce “Quattro tempora” in Enciclopedia Italiana Treccani, 1935.
  13. Questa sorta di catalessi è stata interpretata in varî modi. A coloro che l’hanno ricollegata all’uso di unguenti a base di stupefacenti, con i quali è attestato che alcuni Benandanti (e alcune streghe) si cospargevano il corpo, si contrappongono quanti (e Ginzburg fra loro) ritengono poco probabile questa origine (in quanto l’uso di unguenti è attestato solo sporadicamente), preferendole una spiegazione derivante da processi psichici, come epilessia o isteria. Anche questi, tuttavia, presentano delle criticità, in quanto gli ammalati sarebbero troppi e, in secondo luogo “le presunte allucinazioni, anziché situarsi in una sfera individuale, privata, posseggono una consistenza culturale precisa” (cfr. C. Ginzburg, “I Benandanti” cit., pag. 43), collocandosi quindi in una dimensione più ampia, collettiva, incompatibile con la patologia psichica che colpirebbe per forza di cose soltanto singoli individui.
  14. Cfr. C. Ginzburg, “I Benandanti” cit., pag. 48.
  15. Ibid., pag. 276.